Francesco Morosini
“Il Peloponnesiaco”

Francesco Morosini nacque a Venezia il 26 febbraio 1619, indomito fin da ragazzo intraprese la carriera militare navale, nella quale rimase fino alla morte.

Iniziò dal grado più basso quale “Nobile di Galea” per poi giungere al più alto e onorevole grado quale quello di “Capitano General”, comando che tenne con grande gloria e onore per ben quattro volte.

Durante lo scontro armato dei legni della Serenissima Repubblica di Venezia e la flotta del Bey di Tunisi, davanti Vallone il 5 luglio e il 7 agosto del 1638, ricevette il battesimo del fuoco.

Nel 1641 con la nomina a “Sopracomito” ovvero a Comandante di Galea, assunse il motto allusivo di “In Certamine Prima” (Prima in Battaglia) scritta che campeggiava sulla carena della sua nave armata.

Nel 1646, con la guerra di Candia, divenne “Governator di Galeazza” quindi “Capitano del Golfo”, e nel 1651, fu nominato “Capitano delle Galeazze”.

Nel 1652 divenne “Provveditor dell’armata Veneta” infine nel 1656 divenne “Provveditor Generale di Candia”.

L’isola di Candia (Creta) era considerata chiave per il controllo del mediterraneo e la guerra contro i turchi si protrasse, per il dominio dell’isola, per molti anni. Il Senato Veneto infatti ordinò al Morosini, che tutta la flotta stazionasse in permanenza nel porto della città e che gli equipaggi combattessero anche sulle mura. Spalti ormai diroccati ma sempre difesi con leggendario valore dai Veneziani. Venezia vinse diverse battaglie, ma non riuscirono a impedire che i turchi si impadronissero prima dell’isola e poi della città fortificata. Solo nel 1668 la sanguinosa difesa della città costò la vita di 23.000 turchi e a 7.000 Veneziani. Francesco Morosini restò a capo delle guarnigione per vent’anni, sostenendo una strenua difesa della piazzaforte, ma dovette arrendersi, dopo esser rimasto con meno di 5.000 uomini abili alle armi e con buona parte delle mura di Candia occupate dal nemico.

I turchi riconoscendo il valore e l’ostinazione dei Veneti, accordarono una resa onorevole, i cui patti, firmati nel settembre del 1669, furono onorevolmente rispettati. I veneziani lasciarono l’isola, salvo tre isolette fortificate, con le armi e senza debiti di guerra. In compenso la pace porto nuova prosperità, commercio e denari al pubblico bilancio ormai esausto e sull’orlo della bancarotta. La condotta del Morosini, in campo militare, aveva ampiamente dimostrato il suo valore, cosi come era stata riconosciuta la sua lealtà e la sua intelligenza.

Quindici anni più tardi, quando la Serenissima Repubblica di Venezia si preparò alla riscossa, fu rieletto Capitano Generale e condusse la sua vittoriosa campagna (1684-1688) per la conquista della Morea (Peloponneso). Fu in tale occasione che formò il Reggimento di Infanteria “Veneto Real” (1685) che divenne in seguito il più ambito comando dei Militari veneti e l’unico a non portare il nome del suo Colonnello Comandante. In seguito, quando nel 1788, si decise di numerare i Reggimenti della Repubblica, al “Veneto Real” venne dato per diritto il numero in cifre romane I. Durante la guerra di Morea , come bottino spedì a Venezia, i due magnifici leoni lapidei che ornavano il porto del Pireo ad Atene e che ancor oggi sono collocati all’entrata dell’Arsenale.

La Serenissima Repubblica, non si rassegnò mai della perdita dell’isola di Candia e dopo 13 anni, alleatasi con l’Austria e la Prussia, riprese la guerra contro il turco.

Nel 1684 la nuova Armata Veneziana si concentrò a Corfù, dove erano già giunte alcune galee dello Stato Pontificio, del Granducato di Toscana e dei Cavalieri di Malta. Il comando fu assunto dal Morosini, egli attaccò e conquistò varie roccaforti cadute precedentemente in mano turca. Il bottino fu ingente e alcuni preside caddero integri in mano veneziana. Gli anni successivi furono segnati da una serie di brillanti operazioni militari e nel 1687 l’Armata Veneta espugno il Pireo, vi sbarcò l’esercito e dopo pochi giorni, conquistò Atene.

Per questa magnifica vittoria Francesco Morosini fu insignito del titolo di “Peloponnesiaco”.

Infatti il senato unanime, decreto la erezione di un monumento in suo onore, la cui statua fu posta in una delle sale del Palazzo Ducale, e più precisamente nella sala delle armi del Consiglio dei X. Per la prima volta il Senato Veneto riconobbe con una targa i meriti indiscussi di un grande patriota ancora in vita, prima che questi fosse proclamato Doge: “Francesco Morosini Peloponnesiaco adhuc viventi Senatus”.

Il 26 settembre 1687, durante l’assedio di Atene, l’alleato conte svedese di Koenigsmark fece fuoco, dalla sua nave sul Partenone creando una spaccatura ancora visibile, perché dopo esser stato tempio greco, chiesa cristiana e moschea era stato trasformato in deposito di munizioni. Del fatto il Morosini se ne rammaricò molto e difese con lealtà l’alleato assumendosi la responsabilità dell’accaduto.

La sera di 26 con fortunoso colpo, mentre acceso un deposito di buona quantità di polvere non poté più estinguersi la fiamma, ore andò serpendo, e per due intieri giorni diroccando l’habitato coll’apportarle notabili danni, e crucciose mestizie

Il 3 aprile 1688 Francesco Morosini fu eletto Doge all’unanimità con unico scrutinio. Il Sigillo ed il Corno Ducale gli furono spediti tramite un segretario dal Senato e recapitati ad Egina il 26 maggio 1688, dove gli fu comunque ordinato di non abbandonare il comando; fatto eccezionale, sia perché un Doge non aveva mai preso di persona il Comando dell’Armata, sia perché non era mai accaduto che un Capitano Generale dell’Armata Veneta impegnato in guerra venisse eletto Doge.

Svanito il tentativo di conquistare il Negroponte, le attenzioni del “Doge in armi” si rivolsero alla fortezza di Malvasia, caposaldo di un florido mercato di vini, che conquistò nel 1689.

Ormai stanco e deciso ad assaporare gli onori di casa, senza aspettare l’assenso del Senato il 10 gennaio 1690 fece il suo ingresso trionfale a Venezia, parte delle sue onorificenze, inviategli anche da altri Stati alleati, furono in seguito trafugate dal tesoro di San Marco nel 1797. Dopo i festeggiamenti gli fu concesso di ritirarsi nella sua villa di Marocco, piccolo centro posto tra Mestre e Mogliano, senza quindi prendere dimora nel Palazzo Ducale. Ma la questione turca era tutt’altro che risolta.

Dopo la morte del Capitan General Da Mar Girolamo Corner, luogotenente e sostituto del Morosini, e dopo una prima conquista di Janina e Valona i turchi rialzarono la testa riconquistandole a loro volta ed impedendo lo sbarco a Candia all’alleanza capitanata da Domenico Moncenigo.

Su proposta del Senato, il 24 maggio 1693 riprese il comando dell’armata. Imbarcatosi sull’ammiraglia ormeggiata davanti la Piazzetta, Francesco Morosini ripartì per la Morea. Prima della fine dell’anno aveva ripreso la guerra contro la Sublime Porta dando la caccia alla flotta turca e conquistando Salamina, Idra e Spetze, poi cadde gravemente ammalato.

Morì a Napoli di Romania il 6 gennaio 1694, le sue spoglie furono portate nella chiesa di Sant’Antonio e deposte su un catafalco. Lì furono sepolti il suo cuore e le sue viscere, mentre la salma fu trasportata a Venezia e tumulata nel centro della chiesa di Santo Stefano, dove tuttora riposa.

 

Francesco Morosini, genio militare e inventore della guerra moderna
Fanteria di Marina ed azioni di commando nel sec. XVII° da “La Milizia Territoriale della Serenissima” di I. Cacciavillani ed. SignumPadova

Nella campagna di Morea che doveva portare il Leone di San Marco a dominare l’intero Peloponneso – il Morosini fu ufficialmente soprannominato il Peloponnesiaco – il Capitano da Mar, che sarebbe stato doge, era coadiuvato dal generale svedese per anni al servizio della Serenissima, conte Ottone Guglielmo Konigsmark. Nella gloriosa campagna fu “inventato” l’impiego tattico della Fanteria di Marina, imbarcata sulle galere. La marina veneziana fu certamente e fino alla fine del secolo XVII° la più importante del mondo, in particolare fu sempre celebre attraverso i secoli la sua artiglieria navale, risolutiva in molte battaglie. Tra le quali la sua gloria più fulgida fu la vittoria di Lepanto, nel 1571.

La “marinarezza” (personale di bordo) era divisa in due ordini di addetti: i “rematori” e i “marinai”. I primi erano sistemati sui banchi inferiori, ed erano addetti alla voga, per assicurare, insieme ed ad integrazione del vento (vela), la mobilità della nave. I marinai dovevano accudire, oltre alle normali operazioni di bordo, anche alla difesa del vascello, sia nelle navi mercantili che in quelle militari. In queste ultime i marinai erano addestrati alla difesa anche ravvicinata del bastimento, ed erano abili tanto nell’uso dell’arma bianca contro gli arrembaggi, quanto nell’uso delle armi da fuoco, sia leggere (gli archibugi e le bombarde, cannoni di piccolo calibro che sparavano a mitraglia), che pesanti, cioè i cannoni, che nelle navi da guerra erano decine e decine, affacciati ai portelli di ciascun bordo. Gli artiglieri delle navi militari veneziane erano pertanto dei comuni marinai. In vista di certi scontri navali, talvolta la “marinarezza” veniva integrata da reparti di terra addestrati all’offesa tra navi: nella battaglia di Lepanto, che rappresentò uno degli ultimi grandi scontri tra legni prima dell’avvento del vapore, ad esempio, furono largamente imbarcati balestrieri ed archibugieri “di terra”.

Nella guerra di conquista, l’uso della flotta si limitava di solito al trasporto delle truppe “di terra”, che venivano sbarcate in luoghi appartati (rispetto al teatro delle operazioni), in vista del loro impiego, appunto e sempre come truppe di terra; lo sbarco in sé veniva anzi considerato come una “pastoia” da cui si cercava di liberarsi con ogni sollecitudine. Sono rari gli esempi, prima della campagna di Morea, di uso della flotta in appoggio tattico ad azioni di terraferma (assalto a piazzeforti costiere), attraverso il bombardamento navale della fortezza assediata e poi il suo assalto con truppe sbarcate sul posto. Di solito lo scontro tra gli eserciti e le flotte contrapposte avveniva in teatri separati; magari anche con battaglie simultanee in terraferma e in mare, ma sempre con reciproca autonomia, quanto a tattica, seppur talora con integrazione strategica.

Lu il Morosini che ideò ed attuò per primo, con compiti tattici determinati ed accuratamente pianificati, l’impiego di truppe da sbarco in operazioni di terraferma, impostando e conducendo con straordinari risultati azioni coordinate che oggi si definirebbero “anfibie”. Nelle navi da guerra, accanto ai soliti marinai-artiglieri, imbarcò reparti speciali, con comando indipendente, dalla marina ancorché strettamente con essa coordinato, che non erano né “da terra”, né marinai; erano truppe addestrate allo sbarco con attività accessoria e coordinata con quella della marina, la quale preparava ed accompagnava l’azione dei suoi fanti (donde il nome, in sé contraddittorio, di “fanti da mar”).

Nell’assalto di Navarrino Nuovo (la vicina fortezza di Navarrino Vecchio si era arresa senza colpo ferire alla prima intimazione dei Veneziani), l’azione pianificata dal Morosini e condotta dal Konigsmark, vide dapprima il bombardamento navale della fortezza ad opera delle navi (con truppe da sbarco ancora a bordo), condotto in sintonia con un attacco anche da parte di terra, guidato dal Capitano Generale Cornaro, poi l’azione di sbarco dei “fanti da mar”, effettuato sotto l’ombrello protettivo del fuoco delle artiglierie della flotta attestata sotto costa. Nell’azione doveva rivelarsi in tutta la sua praticità strategica l’impostazione strutturale della flotta veneziana, composta, oltre che dal naviglio veloce tradizionale, anche di navi pesanti (le galeazze), con compiti e funzioni singolarmente analoghi a quelli che saranno propri delle corazzate fino all’ultima guerra mondiale; erano i giganti del mare dell’epoca, veri arsenali galleggianti. L’artiglieria di bordo era particolarmente curata e potente; nonostante tutti gli sforzi del turco, tradizionale e secolare nemico di Venezia, mai le navi di San Marco incontreranno cannoni più potenti dei loro, per portata, precisione e portata di tiro.

Dopo la prima fortunata azione di Navarrino Nuovo, in cui le forze veneziane, pur inferiori di numero (all’incirca quattromila uomini), e in posizione svantaggiata di attaccanti, sbaragliarono la posizione turca, ben trincerata e forte di diecimila fanti e duemila cavalieri, l’impiego strategico dei fanti da mar diventerà tattica abituale per tutto il corso della guerra di Morea. Ben presto fu la volta di Modone, presa il sette luglio 1686, dopo sette giorni di assedio e di bombardamento navale; l’impiego della truppa da sbarco si ripeté ancora nella presa di Argo, in cui la guarnigione turca, comandata da Mustafà Pascià in persona, accerchiata da parte di terra dalle truppe di Konigsmark, venne investita dalla parte del mare dalle navi di Morosini, che riuscì ad effettuare lo sbarco nonostante la rabbiosa difesa dei turchi, peraltro impegnati nella coordinata azione da terra. Attraverso le larghe brecce aperte dall’artiglieria nelle mura difensive, , i fanti penetrarono nell’importante piazzaforte, costringendola alla resa dopo solo un giorno di assalto. La caduta di Napoli di Romania, di lì a pochi giorni, determinò la resa di Mustafà Pascià, al quale il Morosini attribuì l’onore delle armi, portandolo con i propri legni sulle coste dell’Anatolia.

Durante questa fortunata campagna, in occasione della conquista di Atene, che dagli antichi splendori era ridotta a un misero villaggio di pescatori, che un colpo di artiglieria veneziana colpì il Partenone, adibito a polveriera dai Turchi, provocando lo scoppio delle polveri e la rovina dell’antico insigne monumento, ridotto nello stato in cui oggi si trova (28 settembre 1687). Le innovazioni tattiche del Morosini rappresentarono una vera rivoluzione della dottrina militare allora imperante. La più profonda innovazione si ebbe nell’uso tattico integrato delle truppe professionali, che richiedeva rapidità e precisione di movimenti e lungo addestramento all’uso delle armi sempre più sofisticate, oltre che profonda integrazione con l’armata navale. Innovazioni che furono attentamente studiate all’estero, specialmente dagli Inglesi, che, al sorgere della loro potenza coloniale, furono attenti osservatori, oltre che delle istituzioni politiche veneziane, anche della sua arte militare, specie nelle cose di marina.

Si può ben dire che l’impiego tattico e coordinato della marina in azioni offensive di terraferma; l’uso delle truppe imbarcate, in assalti a piazzeforti sotto protezione dell’artiglieria di marina e la nuova concezione di quest’ultima, considerata non più come mezzo di offesa tra navigli, m anche come postazione mobile d’attacco delle fortezze costiere; l’uso pianificato dell’azione di commando (raids veloci e capaci di grandissima concentrazione di fuoco di armi leggere) con rapida e spontanea ritirata, senza accettare il confronto con i difensori, al fine di logorarne la tenuta anche psicologica; sono tutte innovazioni strategiche e tattiche “inventate” ed usate su larga scala dal più illustre Condottiero che la Serenissima abbia mai avuto; uno dei più grandi strateghi della storia moderna, anche se troppo spesso dimenticato, come tutte le vicende e le glorie veneziane, vittime di una immeritata congiura del silenzio.

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